Leonardo da Vinci e il Rinascimento

Quando nel 1436 Leon Battista Alberti scriveva, «in lingua toscana», la seconda edizione del suo trattato sulla pittura, dedicandolo a Filippo Brunelleschi, riconosceva il luogo e il principale fautore di quella che già si chiamava “rinascenza”. Ancora oggi, come al tempo dell’Alberti, si considerano Brunelleschi, Donatello e Masaccio gli iniziatori del Rinascimento, l'espressione di un nuovo modo di concepire l’uomo e la natura e il rapporto del microcosmo dell’uno con il macrocosmo dell’altra, secondo quanto filosofi e letterati andavano teorizzando.

L’uomo fatto di anima e di corpo veniva messo al centro del mondo sensibile e terreno. Nasceva così l’esigenza di osservare, definire e rappresentare, secondo principi obiettivi ed empirico-scientifici, la realtà visibile e figurabile, per poi idealizzarla o attribuirle valori simbolici. L’uomo “nuovo” del Rinascimento, sia che appartenesse a una borghesia laica tesa verso l’affermazione economica, sia che fosse un signore aristocratico interessato a dare un volto più moderno ai suoi domini, si poneva in un confronto costante con il tempo, la vita e la morte.

Nel Rinascimento l’arte era un lasciapassare per l’eternità, sia per il committente che per l’artista, il quale assume una posizione sociale sempre più prestigiosa. Mantegna, Alberti, Leonardo, Raffaello, Tiziano, Dürer furono artisti di corte privilegiati e insigniti di alti riconoscimenti.

Quattro erano le vie da percorrere per l’artista: l’applicazione della prospettiva per rappresentare su un piano bidimensionale un soggetto tridimensionale; l’osservazione attenta e indagatrice della natura; lo studio della storia di cui l’uomo con il suo libero arbitrio è protagonista; infine il recupero dei classici.

Nell’approccio con il visibile, la “misura” italiana, la “verità lenticolare” fiamminga, l’espressionismo svevo furono le alternative che si posero per il Rinascimento di tutta l’Europa con varie soluzioni combinatorie.

D’altro canto i testi classici, letterari o figurativi, offrivano una infinità di suggerimenti tecnici, decorativi, iconografici, tematici e filosofici.

L’arte antica, con capolavori come il Laocoonte, l’Apollo del Belvedere, e l’Ercole Farnese allora riscoperti a Roma, suggerì lo studio del corpo umano, nell’anatomia e nelle proporzioni: anzi esso diventò misura di tutte le cose, anche di progetti architettonici. Anche la città doveva essere a misura d’uomo e doveva racchiudere in sé le qualità di bellezza e funzionalità. Sono molti i progetti di città ideali che si fanno nel Rinascimento ma poche sono le realizzazioni. La più nota è Pienza, commissionata nel 1459 da Enea Silvio Piccolomini, allora papa Pio II, a Bernardo Rossellino.

Storicamente il Rinascimento attraversa tre fasi fondamentali: dall’umanesimo fiorentino di inizio Quattrocento al Rinascimento propriamente detto della seconda metà del secolo che ha il suo centro di irradiazione nella raffinata cultura laurenziana, si giunge alla “maniera grande” del primo Cinquecento il cui fulcro è nella Roma papale. La cesura netta con questa poi tanto vagheggiata, moderna “età dell’oro” ci fu nel 1527 con il Sacco di Roma. Intanto Lutero aveva già fatto sentire alta la sua voce.